“PROGETTARE IL FUTURO” accordo tra Piccola Industria Confindustria e Intesa Sanpaolo

La rivoluzione digitale apre opportunità strategiche per le imprese a patto che sappiano adeguare i loro modelli di business alla visione del futuro. Le PMI, in particolare, hanno la possibilità di essere protagoniste, grazie alle loro caratteristiche di flessibilità e artigianalità: un modello produttivo già di suo vicino alle richieste dei nuovi consumatori.

L’accordo “Progettare il futuro. Accelerazione, trasformazione digitale, competitività” siglato tra Piccola Industria Confindustria e Intesa Sanpaolo prevede soluzioni – finanziarie e non – dedicate, soprattutto, a supportare le imprese nel migliorare la loro capitalizzazione ed a cogliere le occasioni della digitalizzazione nei nuovi scenari offerti dalla quarta rivoluzione industriale. L’importo complessivo delle linee di credito, dei finanziamenti e degli altri interventi previsti vale 90 miliardi di euro, con una durata triennale che permette di focalizzarsi su diversi temi, garantendo continuità.

Per sensibilizzare le PMI sul 4.0, far conoscere le agevolazioni introdotte dal Piano Nazionale Industria 4.0 e le soluzioni previste dall’accordo, è in corso un roadshow che ad oggi ha già toccato, in collaborazione con le associazioni territoriali, più di 20 tappe, coinvolgendo circa 3.000 imprenditori. L’elemento caratterizzante di questo tour digitale nel Paese è di svolgersi in aziende già avanti nel 4.0, che possano quindi essere esse stesse esempi da seguire per le altre imprese. Sul sito di Confindustria è possibile seguire programmi, news e video relativi agli eventi.

Automazione: la prossima fase dell’economia collaborativa

Stiamo assistendo allo sviluppo di un nuovo modello organizzativo e di business in grado di connettere persone e servizi mediante le piattaforme digitali.

Un cambiamento che parte dai reali bisogni dei consumatori e che mette al centro le relazioni, nato come risposta alternativa ai paradigmi economici tradizionali. Si chiama Sharing Economy, l’economia collaborativa, si basa sulla condivisione di prodotti (automobili o case per esempio) e di servizi professionali per ottenere ciò che occorre.

In Italia le piattaforme collaborative online sono sempre più in crescita. Se ne registrano circa 250 tra i settori di scambio e condivisione, crowfonding e autoproduzione. La diffusione della tecnologia mobile, Internet e cloud, la potenza di elaborazione, i Big Data e l’aumento dell’economia della condivisione e del crowdsourcing, stanno infatti stimolando nuovi settori e la creazione di una nuova classe media nei mercati emergenti.

Le implicazioni di questi cambiamenti in arrivo che stanno rapidamente cambiando le aspettative sul nostro futuro, avranno un effetto diretto sulle persone e sul mondo che viviamo. In una fase successiva, con l’automazione, i robot aumenteranno sempre più le proprie prestazioni, si sostituiranno in parte agli umani per fornire i servizi richiesti, fino ad arrivare a sorpassarli per servire altri robot.

Mentre cerchiamo attivamente di insegnare ai nostri figli il coding, la tecnologia infatti sta rapidamente avanzando, fino ad arrivare al punto in cui i robot saranno in grado di eseguire l’autocodice. Ciò significa che capire come gestire i sistemi robotici per risolvere i problemi, nel futuro prossimo sarà fondamentale.

Ma anche le arti, le discipline umanistiche, l’intrattenimento, lo sport e la psicologia saranno competenze necessarie. Si presume infatti che i robot sostituiranno gli umani soprattutto nei lavori più ripetitivi e meccanici, ma le persone in grado di risolvere compiti complessi, unici, saranno sempre più indispensabili. Un’ondata di automazione investirà l’ecosistema man mano che gli esseri umani saranno serviti e spesso sostituiti da sistemi robotici.

Osservando i dati, la sharing economy è in crescita e, secondo le previsioni, nel 2025 avrà un fatturato che si aggirerà sui 300 miliardi di euro.

Una grande opportunità che rappresenta senza alcun dubbio una rivoluzione per l’economia e per la collettività attraverso nuovi modelli di business digitali. Quindi, teniamoci pronti!

 

Big Data, il nuovo petrolio dell’economia

La quarta rivoluzione industriale rappresenta la fusione dei mondi fisici, digitali e biologici. Aree come la robotica, l’intelligenza artificiale e l’Internet delle cose hanno raggiunto progressi travolgenti, ma al centro di questa trasformazione c’è la più ricca delle potenze, quella rappresentata dalle persone collegate tra loro mediante dispositivi che generano grandi quantità di dati, i Big Data.

Nel 2015, gli utenti di Facebook hanno inviato in media più di 31 milioni di messaggi e hanno visualizzato circa 3 milioni di video al minuto. Le informazioni digitali si raddoppiano velocemente, ogni anno il loro volume cresce a livelli esorbitanti. Entro cinque anni nel mondo ci saranno oltre 50 miliardi di dispositivi connessi, tutti sviluppati per raccogliere, analizzare e condividere dati.

Rispetto a un secolo fa infatti oggi sono i giganti che trattano i dati ad avere una posizione egemone nel sistema di mercato, a gestire il nuovo “petrolio” dell’economia, la risorsa più preziosa al mondo, in grado di stravolgere l’ordine della ricchezza mondiale.

Apple, Alphabet (casa madre di Google), Microsoft, Facebook e Amazon sono infatti le aziende ad avere oggi il maggior valore sui mercati. Tutte e cinque fondano la loro ricchezza sui dati raccolti dagli utenti che utilizzano i loro prodotti, nuovo capitale più importante e redditizio del bene o del servizio stesso che producono. Il successo dei giganti giova anche i consumatori: molti avrebbero difficoltà a navigare senza il motore di ricerca di Google, tantissimi usufruiscono della consegna in un giorno di Amazon e si informano mediante il flusso di notizie su Facebook. Questi servizi potrebbero sembrare gratuiti ma in realtà gli utenti pagano consegnando loro preziosissimi dati, un controllo che  conferisce alle aziende un enorme potere.

Gli smartphone e Internet hanno reso i dati abbondanti e onnipresenti. Che tu stia andando a correre, guardando la TV o bloccato nel traffico, ogni tua attività lascia un segno che verrà memorizzato. Non solo. Dai treni della metropolitana alla macchina del caffè tutti i tipi di dispositivi stanno diventando fonti di dati. Il mondo sarà presto pieno di sensori collegati in modo che le persone lascino una traccia digitale, generando dati ovunque vadano e qualsiasi cosa facciano, anche se non sono collegati a Internet.

Attraverso i dati le grandi aziende conoscono cosa piace di più generando nuovi prodotti più mirati rispetto alla richiesta e alle necessità degli utenti. La personalizzazione dei servizi è una cosa positiva, gli utenti vi trovano risposte più vicine ai loro bisogni, ma oggi più che mai diventa necessario gestire la proprietà dei dati. Questi appartengono alla persona e non possono essere usati come merce da vendere o scambiare, tenendone il reale proprietario all’oscuro. Occorre riportare al centro le persone e il loro benessere. Innovazione si, ma sempre con il cittadino come beneficiario primario, il valore dei nostri dati infatti lo decidiamo noi mediante le nostre azioni.

Un esperimento sociale firmato Kaspersky Lab, società di cybersecurity, a Londra ha voluto richiamare l’attenzione su questo tema, con il Data Dollar Store, un negozio, apparso dal 6 e il 7 settembre 2017, dove si potevano comprare alcune opere dello street artist Ben Eine, soltanto con i propri dati personali. L’idea sembrerebbe una provocazione utopica, ma potrebbe anche essere una realtà non troppo lontana, visto il valore che tutti, banche e istituzioni oltre agli addetti ai lavori, cominciano giustamente a riconoscere ai Big Data.

Big Data: quali strumenti per utilizzarli appieno

La rivoluzione digitale viene ormai comunemente annunciata come la quarta rivoluzione industriale, con i mondi fisici, digitali e biologici che si fondono attraverso la tecnologia. Infatti, aree come la robotica, l’intelligenza artificiale e l’Internet of Things hanno già visto molti progressi travolgenti.

Ma il fatto che realmente si trova al centro di questa rivoluzione è che miliardi di persone sono ora collegate tra loro da dispositivi come gli smartphone, che possiedono un’immensa potenza di elaborazione e capacità di archiviazione.

I dati sono ovunque. Sulle note appese sopra il frigorifero, nel telefono, nei database della Nasa. Ma la maggior parte, circa l’80%, delle informazioni acquisite da un’azienda, non viene utilizzato.

Nonostante ciò, il numero dei dati aumenta costantemente, crescendo fino al 60% ogni anno. Per fare soltanto un esempio, mentre stai leggendo questo articolo, in tutto il mondo si faranno più foto di quante ne siano state scattate durante tutto il XIX secolo.

Ecco perché l’analisi automatica dei dati è fondamentale per le aziende che vogliono crescere.

Nel 2015, gli utenti di Facebook hanno inviato in media 31,25 milioni di messaggi e hanno visualizzato 2,77 milioni di video al minuto. Entro cinque anni ci saranno oltre 50 miliardi di dispositivi intelligenti connessi nel mondo, tutti sviluppati per raccogliere, analizzare e condividere i dati.

Su base annuale, il volume delle informazioni cresce a ritmi che richiedono regolarmente strumenti sempre più sofisticati per analizzarli e strutturarli.

Dobbiamo quindi imparare a gestire questa enorme quantità di informazioni per sfruttarle e per evitare di esserne sommersi.

Per questo motivo vengono creati sempre più servizi di analisi dei dati, con la funzione di raccoglierli, strutturarli e riconsegnarli agli utenti.

La prima e ovvia scelta è Google Analytics, piattaforma semplice e gratuita. L’unico problema può sorgere nel caso di necessità di gestione di un numero veramente elevato di dati che sarebbero analizzati sono in parte. Se questo è il caso della tua azienda, vale la pena provare altri servizi, che non applicano quindi il campionamento. Anche Librato è un programma di monitoraggio cloud in tempo reale. Trasforma i tuoi dati in informazioni preziose e con pochi clic, ti permette di ottenere un aumento di visibilità. StatHat è un altro strumento di tracciamento delle statistiche personalizzato. Da una riga di codice ti offre grafici automatici e dettagliati, analizzando e confrontando le informazioni, dall’ultima ora agli ultimi 10 anni, creeando anche previsioni, con stime di 30 giorni. Sumologic, infine, è un altro valido servizio di analisi dei dati e per la gestione dei log, che monitora e protegge le applicazioni, fornisce analisi, informazioni operative e di sicurezza in tempo reale.

Per promuovere il valore, la crescita e il vantaggio competitivo aziendale ci sono molte offerte, che aiutano a creare modelli in grado di comprendere e quindi generare analisi di dati. Findo ad esempio, è un’azienda specializzata nel Natural Language Processing, il processo di trattamento automatico delle informazioni. Un assistente di ricerca intelligente quindi per tutti i cloud personali. Findo attualmente sta anche lavorando su un sistema in grado di comprendere schemi nei dati personali per organizzarli in cartelle. L’idea è quella di far sperimentare agli utenti un’esperienza di “ricerca intelligente” o di “scoperta della conoscenza”, studiando i modelli di ricerca ideale, dove le informazioni si possono cercare per descrizione e non per parole chiave esatte.

Come è ormai noto, l’evoluzione dei Big Data è ostacolata principalmente dalla diffidenza e dalla disinformazione. Nonostante esistano mezzi e strumenti a riguardo, ogni giorno milioni di dati non vengono utilizzati né condivisi, impedendo la loro raccolta, classificazione, analisi e sintesi. Tutte azioni necessarie per migliorare le competenze aziendali e per conquistare nuovi mercati.

 

Biorobotica, il futuro è nella natura

Ci hanno terrorizzati in Metalhead, l’episodio dell’ultima stagione di Black Mirror. I cani-robot molto simili a quello reale che in un video della Boston Dynamics riesce ad aprire le porte grazie al suo quinto arto articolato.

Aziende, università e laboratori di robotica di tutto il mondo, prendendo spunto dalla natura, sono da sempre all’opera nel progettare dispositivi, osservando la morfologia e il comportamento degli animali. Aerei che volano come uccelli, robot simili a scarafaggi, meduse, gabbiani e lumache meccaniche.

Oltre a studiare i cani, la Boston Dynamics e il Mit si sono ispirati ad esempio al ghepardo per realizzare WildCat, che con i suoi 32 km/h è il robot più veloce mai creato, e Cheetah in grado di riconoscere e di saltare ostacoli autonomamente fino a 33 centimetri.

Anche la società tedesca Festo, svolgendo ricerche sui movimenti degli animali, ha sviluppato un braccio meccanico flessibile molto simile alla proboscide degli elefanti. Concepito per essere utilizzato in ambienti di lavoro dove macchine e uomini operano fianco a fianco, il braccio è in grado di farli interagire in modo semplice, efficiente e soprattutto sicuro. I segmenti del tronco sono stati disseminati di sensori in grado infatti di percepire il contatto con le persone e gli oggetti attorno. Utilizzando delle camere di plastica vuote che cambiano dimensione con la pressione dell’aria, la macchina consente di effettuare una gran quantità di movimenti e afferrare e trasportare oggetti leggeri come uova, fino a carichi da 300 kg. Questo sistema, con possibili risvolti in campo medico e meccanico, ha portato l’azienda a ricevere il Future Award 2010.

Cassie lo struzzo, invece, è un robot messo a punto nei laboratori della Oregon State University. Leggero e veloce, è dotato di un ottimo senso dell’equilibrio. L’assenza del torso e della testa lo rendono particolarmente stabile e adatto a muoversi su terreni scoscesi e irregolari. Potrebbe essere un ottimo assistente ai soccorritori in caso di calamità naturali oppure essere utilizzato per le consegne a domicilio.

La robotica è quindi sempre più orientata a copiare dalla natura per prenderne il meglio e trasformare ossa, muscoli e tendini in macchine e circuiti al servizio dell’umanità. Nel futuro si cercherà sempre più di prendere ispirazione dalla biologia per sviluppare robot che puntino dove nessun altro è mai giunto prima, applicando la ricerca a risolvere i problemi del mondo reale, al di fuori dell’ambiente di laboratorio.

 

Come la tecnologia e l’intelligenza artificiale influenzeranno i tuoi viaggi

Le innovazioni digitali riguardano ogni aspetto della nostra vita senza risparmiare l’esperienza del viaggio in aereo. Questi cambiamenti comprendono miglioramenti rilevanti soprattutto per chi si sposta per motivi professionali, poiché consentono di ottimizzare i tempi e di aumentare il comfort sia in aeroporto che durante il viaggio. Ormai siamo abituati a spostarci in aria con molta facilità, sono passati gli anni in cui i viaggi erano lunghi, scomodi e volare era un lusso che si potevano permettere in pochi. La tecnologia, che ormai domina il settore, è entrata nella vita di tutti i giorni dei passeggeri, che richiedono sempre più servizi aggiornati e a misura delle proprie esigenze.

Riprogrammare i voli, spostare i passeggeri, prevenire guasti meccanici e prevedere le variazioni tariffarie sono solo alcune delle prestazioni che richiedono una complessa analisi di big data, un lavoro che gli esseri umani da soli gestirebbero con molta difficoltà.

Rispetto alle precedenti tecnologie, l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico aumentano la capacità di risoluzione dei problemi in misura esponenziale e con una velocità senza precedenti. Ma quali sono queste nuove conquiste che migliorano la pratica del viaggio in aereo?

Grazie ad una tecnologia che analizza gli spostamenti d’aria a centinaia di chilometri di distanza, ad esempio nel futuro le turbolenze saranno pressoché inesistenti e utilizzando la stessa tecnologia presente negli elicotteri, saranno presto in grado di decollare verticalmente, consentendo di atterrare in luoghi difficilmente raggiungibili. Vi sono ancora tanti sviluppi tecnologici attualmente in corso: un nuovo brevetto per ali pieghevoli che consente agli aerei di compiere manovre più semplici negli aeroporti o ancora la tecnologia per il trasporto a velocità supersoniche, in grado di dimezzare i tempi di viaggio.

Poiché un aereo e un equipaggio sono tipicamente programmati per servire più destinazioni, quando il maltempo o altri eventi importanti provocano singoli ritardi o cancellazioni in un aeroporto, spesso causano complicazioni anche in altri terminal. L’apprendimento automatico può risolvere questo tipo di problemi analizzando ad esempio sia i dati in tempo reale che quelli archiviati per fornire le previsioni sulle rotte da evitare.

Per anni, le compagnie aeree hanno inoltre cercato di trovare la migliore proposta per le tariffe dei biglietti, fissando prezzi sufficientemente bassi da attrarre i consumatori e abbastanza alti da proteggere i margini di profitto. Un valore che può variare in base al giorno, alla stagione e al percorso in questione. Anche in questo caso, l’apprendimento automatico può fornire valide risposte per sviluppare prezzi dinamici, determinando le tariffe ottimali per ogni rotta, giorno e stagione. Gli algoritmi possono inoltre raggruppare i dati storici dei viaggiatori con profili simili e quindi fornire consigli di volo personalizzati oltre che ottimizzare le prestazioni delle apparecchiature con una manutenzione predittiva e una perfetta gestione delle forniture.

Tutto ciò è solo una piccola parte di ciò che l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico possono fare in questo campo. Ma nonostante tutti questi sviluppi a bordo è ancora impossibile prevedere esattamente come sarà il futuro dei viaggi. Con la ricerca continua degli algoritmi e il perfezionamento delle tecnologie, le interruzioni meteorologiche diventeranno sicuramente più gestibili, gli aerei rimarranno in cielo più a lungo e trascorreranno meno tempo in riparazione, i prezzi soddisferanno sia le esigenze delle compagnie che dei consumatori e i clienti avranno una migliore risposta alle proprie richieste: un’industria più sana e robusta quindi che consenta a tutti di raggiungere nuovi importanti traguardi.

Competence center, le risorse statali salgono a 40 milioni

Arriva al traguardo il decreto di attuazione dei Competence center del piano Industria 4.0. Dopo un lungo scambio tra ministeri, Consiglio di Stato e Corte dei conti, il testo è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 6 del 9 gennaio, ma il percorso non è ancora concluso. Occorreranno ancora diversi mesi prima di vedere all’opera il primo centro italiano concepito come “risposta” al modello tedesco dei Fraunhofer.

Ora infatti bisognerà effettuare due selezioni: quella delle università che devono scegliere le imprese partner (si pensa a un avviso pubblico per manifestazione di interesse) e il bando di gara del Ministero dello Sviluppo Economico che dovrà individuare con procedura negoziale i poli “pubblico-privato”.

Il bando del Mise potrebbe essere presentato nell’arco di 10-15 giorni, con una novità rilevante rispetto alle attese: le risorse statali a disposizione dovrebbero salire dai 30 milioni indicati nel decreto a 40 milioni.

I centri ad alta specializzazione dovranno essere costituiti con un contratto che oltre ai partner dovrà specificare, tra le altre cose, l’attività e gli obiettivi strategici; l’entità e i tempi dei conferimenti; il divieto di ripartizione degli utili; la previsione di un organo comune che agirà in rappresentanza delle imprese partner su alcune procedure, ad esempio per accedere a garanzie sul credito o a strumenti per l’internazionalizzazione.

Sono tre i compiti principali che assolveranno i Competence center: erogare servizi di orientamento per le imprese, in particolare Pmi, sui temi della digitalizzazione industriale; formazione (in aula, sulla linea produttiva e su applicazioni reali); attuazione dei progetti di innovazione e ricerca proposti dalle imprese e fornitura di servizi di trasferimento tecnologico in ambito Industria 4.0.

Ai Competence center selezionati saranno assegnati fondi pubblici – secondo il regolamento Ue Gber – per un massimo teorico di 7,5 milioni di finanziamento (contributi diretti alla spesa) per singolo polo. Con questa ripartizione: 65% per costituzione e avvio dell’attività e 35% per i progetti (per un importo massimo di 20mila euro).

La dote più corposa (40 milioni rispetto ai 30 preventivati) potrebbe consentire il decollo di 6-8 Competence center in tutta Italia. Tra i candidati ci sono i tre Politecnici (Milano, Torino e Bari), l’università di Bologna, il Sant’Anna di Pisa (in partnership con la Normale), l’università di Genova, la Federico II di Napoli e la rete degli atenei veneti guidati da Padova.

Conferenza di presentazione dei risultati del Piano Nazionale 4.0

Gli incentivi di Industria 4.0 “stanno funzionando”, tanto che gli ordinativi dei beni strumentali sono cresciuti del 9% nei primi 6 mesi del 2017: bene vanno anche la spesa per la ricerca e il fondo di garanzia, mentre occorre accelerare sulla banda ultralarga.

Il bilancio del primo anno del piano varato dall’ex governo Renzi e affidato alle cure del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è positivo e consente di ampliare il raggio d’azione dando vita a “Impresa 4.0”, che vedrà lo spostamento del focus “da manifattura e servizi, a competenze e lavoro”. Il Governo Gentiloni ha dato disponibilità a rifinanziare le misure principali, rivedendo “le aliquote e i perimetri degli incentivi”, “compatibilmente con le risorse di finanza pubblica disponibili”.
L’occasione per fare il punto sul piano che ha come obiettivo centrale un incremento di 10 miliardi negli investimenti privati nel biennio 2017-2018 è stato l’appuntamento alla Camera dei Deputati, dove, dopo la riunione della cabina di regia, sono stati illustrati i risultati del programma dai quattro ministri coinvolti: oltre a Calenda, il titolare dell’Economia Pier Carlo Padoan, quello del Lavoro Giuliano Poletti e della Pubblica Istruzione Valeria Fedeli.

Il numero più significativo l’ha fornito proprio Calenda, sottolineando che “l’incremento degli ordinativi sul mercato interno di beni strumentali è stato pari al 9% nel primo semestre del 2017 su base annua, con picchi del +11,6% per macchinari: inoltre, le attese ad agosto 2017 sugli ordinativi delle imprese manifatturiere, ai massimi livelli dal 2010, consolidano il trend”.

Aumentano le imprese che investono in ricerca e sviluppo, ma cresce anche l’ammontare della spesa in questo settore. Positivi altresì i dati sull’importo dei crediti garantiti dal Fondo di Garanzia (+10,7% nei primi 8 mesi del 2017) e sui contratti di sviluppo (1,9 miliardi di agevolazioni). Occorre, invece, accelerare sulla banda ultralarga, visto che al ritmo al quale si sta andando si rischia di non riuscire a centrare gli obiettivi al 2020: per questo, ha annunciato il ministro Calenda, “stiamo puntando a mettere qua altri 3,5 miliardi da fondi non spesi o da bandi meno costosi”.

“La riunione della cabina di regia – ha detto Giulio Pedrollo, vice presidente di Confindustria per la politica industriale – è stata molto positiva: Confindustria ha confermato la necessità di dare continuità agli incentivi e abbiamo registrato la disponibilità del Governo. È un segnale importante e renderà più stabili i segni di crescita dell’economia. Proseguire lungo la rotta già tracciata è indispensabile per permettere alle imprese di avere un orizzonte temporale più ampio per valutare nuovi investimenti e avviare il percorso di trasformazione digitale. I nostri associati hanno reagito positivamente e stanno investendo, anche grazie all’attività di informazione e formazione che Confindustria ha fatto con tutto il sistema per promuovere il Piano e sensibilizzare le imprese. Abbiamo spiegato Industria 4.0 e i suoi strumenti ad oltre 10.000 aziende: ora siamo pronti a continuare la sfida”.

Confindustria Marche Nord e MIP Politecnico di Milano insieme nel “Percorso Industria 4.0”

Confindustria Marche Nord prosegue il piano di azioni su Industria 4.0 rivolto agli associati, proponendo un percorso formativo specialistico di 5 giornate progettato e realizzato in collaborazione con MIP – Politecnico di Milano Graduate School of Business.

Gli obiettivi del “Percorso Industria 4.0” sono:

  • approfondire le origini della moderna rivoluzione industriale 4.0, per far comprendere meglio le potenzialità del manufacturing del futuro: intelligente e sostenibile;
  • introdurre in modo organico e sistematico gli elementi costituenti dell’innovazione 4.0, dalle nuove tecnologie di produzione, alle tecnologie digitali IoT;
  • fornire strumenti concreti ai responsabili di produzione, di stabilimento e di reparto per aumentare l’efficienza dei processi e dei sistemi produttivi.

Il corso è rivolto agli imprenditori ed ai loro più stretti collaboratori (Direttori Generali, Responsabili di Produzione, Responsabili di Stabilimento).

Per tutti gli approfondimenti è possibile consultare la scheda descrittiva del percorso o contattare Confindustria Marche Nord (tel: 071.29048218 – email: angeletti@confindustria.an.it).

 

Cos’è la tecnologia digitale gemellare e perché è così importante anche nel settore automobilistico

Uno dei principali progetti di innovazione dell’Industria 4.0 è il cosiddetto “gemello digitale”: il modello virtuale cioè di un processo, prodotto o servizio. È semplicemente un ponte tra il mondo fisico e quello digitale che permette di avere una più dettagliata analisi dei dati ed un monitoraggio sicuro dei sistemi per risolvere problemi, sviluppare nuove opportunità e persino simulare il futuro. Un gemello digitale può essere creato infatti ancor prima che l’oggetto fisico a cui si riferisce sia stato prodotto e può archiviare le informazioni relative ad esempio al suo assemblaggio, trasporto e gestione. Ma come funziona un gemello digitale? I componenti intelligenti, che utilizzano i sensori per raccogliere informazioni, sono collegati ad un sistema cloud che riceve ed elabora tutti i dati in ambiente virtuale per poi applicarli nel mondo fisico. La NASA in questo ambito fa da pioniera. È stata infatti la prima ad utilizzare questa tecnologia nel settore aerospaziale per riparare i sistemi che non si trovano in prossimità.

Il concetto di gemello digitale è in circolazione fin dal 2002 e anche se ci sono ancora molte caratteristiche innovative inesplorate, è oramai considerato indispensabile in ambito aziendale e uno dei dieci principali trend tecnologici (secondo la società americana Gartner). Un concetto chiave quindi per un’ampia gamma di settori industriali tra cui energia, mobilità, beni di consumo ed assistenza sanitaria, per i quali fornisce molti vantaggi tecnici per diversi casi d’uso e risolve molti dei problemi odierni soddisfacendo i requisiti di settore. Poiché gli oggetti, nel corso del loro ciclo di vita, interagiscono con molte entità diverse, la facilità di interazione con il gemello digitale ed il controllo sui dati degli oggetti diventano aspetti chiave.

Lo Internet of Things ha recentemente introdotto lo IOTA, una criptomoneta dedicata esclusivamente agli oggetti connessi ad internet, che consente di effettuare delle micro transazioni tra diversi dispositivi per scambiare servizi, risorse e dati. Le automobili connesse sono, come ormai sappiamo, una fonte inesauribile di informazioni per costruttori, fornitori e compagnie di assicurazioni. Una prima applicazione praticabile di un gemello digitale con IOTA è CarPass. La soluzione acquisisce in modo sicuro i dati telematici (ad esempio il chilometraggio, i percorsi effettuati, i dati ambientali e quelli di manutenzione) e li memorizza nel gemello digitale, consentendo ad un veicolo di raccontare la sua storia: dove è andato, cosa ha fatto e come è stato trattato. Ciò offre molti vantaggi, come ad esempio il controllo del chilometraggio a prova di manomissione, evitando frodi nel mercato delle auto di seconda mano. Inoltre ci garantisce una panoramica sicura sulla modalità di guida del veicolo: se è stata usata per pochi e lunghi viaggi oppure per molti e brevi e la sua manutenzione, determinando così il suo valore.

Oltre alle enormi potenzialità del digitale in relazione ai beni fisici, restano sempre validi i rischi di sicurezza nell’adozione di una tale tecnologia. Più cresce la mole delle informazioni raccolte maggiore sarà l’esigenza di gestirle con rispetto e tutela. La sicurezza nei dati e la loro autenticità è infatti sempre necessaria quando dobbiamo riporre fiducia in chi li raccoglie e li gestisce per noi.

DIGITAL INNOVATION HUB: L’ITALIA 4.0

Nuove bandierine che, settimana dopo settimana, vengono piantate sulla mappa della nostra penisola. È la rete dei Digital Innovation Hub, porta di accesso delle imprese al mondo di Industria 4.0.

Il progetto è partito immediatamente dopo la presentazione del Piano Nazionale Industria 4.0, coinvolgendo l’intero sistema di Confindustria. Attualmente sono circa 20 le iniziative in corso, promosse dalle varie associazioni territoriali. Questa attività ha permesso anche la condivisione delle linee guida con cui definire il ruolo dei DIH, i servizi offerti e il percorso per la loro creazione. Previste anche sinergie con i DIH europei, allo scopo di ampliare le opportunità di sviluppo.

Stimolare la domanda di innovazione delle imprese, sensibilizzare le imprese, creare un ponte tra imprese, mondo della ricerca e finanza: questo il compito di un Digital Innovation Hub, con l’obiettivo di costruire una rete nazionale che colleghi direttamente offerta e domanda di innovazione. Risultato per il quale Confindustria, grazie alla sua storia e al suo forte radicamento sul territorio, può svolgere un ruolo decisivo.

Al momento i territori con Digital Innovation Hub già costituiti sono: Trentino Alto Adige, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Pordenone, Parma, Umbria, Sardegna, Calabria, Campania e Basilicata. Mentre Marche, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia stanno scaldando i motori. Abruzzo ed Emilia Romagna sono in via di progettazione.

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Ecco l’industria 4.0 al 100 per cento made in Italy di cui Olivetti sarebbe fiero

L’industria 4.0 è ormai popolare (a parole) quanto la pizza. In Italia ci sono convegni, conferenze, workshop su base settimanale. Alla base dell’industria 4.0(di seguito I4.0) c’è una cosa sostanzialmente invisibile: i dati. Per semplificare, possiamo fare un paragone con il corpo umano. I vari elementi esterni della I4.0 sono associabili a mani, a piedi, ad occhi, alla pelle e persino al cervello. Tuttavia esiste una cosa, nel nostro corpo, necessaria a garantirci la vita: il sangue.
Il sangue trasporta ossigeno e nutrimento in tutto il corpo e lo mantiene in vita. Allo stesso modo, senza i dati l’intero apparato della I4.0 semplicemente non esiste. O, per meglio dire, i singoli elementi (siano essi impianti di produzione, cellulari che raccolgono dati, sensori gps etc..) esistono, ma la mancanza di connessione e interazione (scambio dati) tra di loro, che è alla base della I4.0, li rende degli oggetti inutili o la cui sopravvivenza nel tempo è limitata.
Spesso il concetto di dati viene associato ad altri temi, quali la conservazione dei dati in remoto, la loro trasmissione sicura (via rete) e ovviamente il backup (copie di sicurezza, nel caso di qualche incidente, Wannacry qualcuno se lo ricorda?).
I grandi gruppi stranieri sono leader nella I4.0, specialmente quando si parla di dati: da Microsoft a Ibm, da Siemens a GE hanno conquistato alcune aree legate al mondo dei dati: cloud storage, backup etc.. Per schiarirmi le idee, sulla I4.0, ho pensato di dare un’occhiata in giro, per vedere se anche noi italiani, che ai tempi di Adriano Olivetti insegnammo ad Ibm come fare i computer, avessimo qualche gioiello nascosto. Ho lasciato perdere Milano, una città fatta di luci e business: da che mondo è mondo Milano governa una serie di settori tra cui la moda, l’hi-tech, il design, ma le sue produzioni ed i suoi centri di ricerca di rado sono nella città.

Girando da un gruppo di LinkedIn all’altro ho scoperto una realtà in provincia di Varese che merita attenzione. Il loro video di presentazione in numeri già parte bene.
Elmec impiega oltre 600 dipendenti (di cui la metà tecnici). Oltre 182 milioni di fatturato, una crescita annuale continua quarto su quarto. La crescita di questo gruppo ha preso due generazioni e prima i due padri e fondatori, Clemente Ballerio e Cesare Corti, poi i figli di entrambi che oggi portano avanti in parallelo lo sviluppo dell’azienda. Nel tempo hanno acquisito il 45% dell’internet service provider Eolo e creato una divisione del gruppo che si occupa di impianti solari.
Elmec ha investito in modo particolare sulla gestione dei dati delle aziende e su tutti i servizi correlati, inaugurando circa un anno fa nel suo campus tecnologico un nuovo data center di proprietà certificato a livello internazionale dall’ente britannico Uptime Institute (come infrastruttura TIERIV), per il quale ha investito 12 milioni di euro bonificando un’area industriale dismessa di 13.000 mq a Brunello (Varese).
Una delle strategie più interessanti del gruppo è ………..

Gli abiti “robotici” di Anouk Wipprecht

Ogni rivoluzione cambia il mondo, il modo di vedere le cose e di rapportarsi agli altri e porta con sé un’ampia gamma di nuove applicazioni che, collegate tra loro, influenzano il nostro stile di vita. Oggi assistiamo ad una sempre maggiore connessione tra l’elettronica e gli oggetti di uso quotidiano e le tecnologie stanno diventando sempre più importanti estensioni della nostra mente.

In un futuro che si prospetta sempre più tecnologico, quali saranno gli strumenti che utilizzeremo per comunicare e socializzare? In un’epoca in cui gli oggetti di tutti i giorni saranno sempre più intelligenti e dotati di dispositivi digitali, che tipo di abiti indosseremo? A queste domande cerca di dare una valida risposta Anouk Wipprecht, designer, ingegnere e artista olandese che lavora nel settore innovativo della “FashionTech”, rara combinazione di design di moda abbinata all’ingegneria e alla robotica. «Ciò che faccio sta all’intersezione fra la moda e scienza dell’ingegneria. Il mio lavoro è intrecciare queste discipline e cogliere elementi da ciascuna per esplorare nuove possibilità» spiega l’artista.

La sua formazione inizia a 14 anni con gli studi di moda. Poco dopo scopre la robotica e avvia una ricerca sul potenziale espressivo e comunicativo dei vestiti che la porta ad andare oltre la natura puramente estetica degli abiti, rendendoli vivi, interattivi. I suoi modelli presentano tecnologie in grado di rendere visibili le emozioni corporee grazie a dei sensori per la ricezione e la trasmissione delle informazioni che controllano lo spazio circostante e che monitorano i parametri vitali dell’individuo, i suoi livelli di stress, il respiro, il battito cardiaco o l’ansia. L’artista vuole creare una moda intelligente, una forma di comunicazione oltre la pura estetica, approfondendo l’elemento emotivo e psicologico del soggetto. I suoi abiti sono attivi, si muovono, respirano e reagiscono all’ambiente che li circonda.

Il suo Spider Dress, ad esempio, nasce da una riflessione sullo spazio individuale. Dotato di sensori di prossimità e sei braccia mobili situate sulle spalle e sulle clavicole, è in grado di comprendere ed interpretare dodici diverse modalità comportamentali reagendo in altrettanti modi diversi. Se una persona si avvicina troppo, l’abito attacca. Se invece si rimane lontani, le braccia si muovono in maniera armoniosa, quasi danzando. Si tratta di un sistema che pone la tecnologia al nostro servizio creando un’interfaccia che ascolta il corpo ed in base al suo stato agisce. Lo Smoke Dress invece, ispirato al sistema utilizzato dalle seppie, possiede dei sensori in grado di rilevare il numero di persone che si trovano in prossimità dell’abito e di rilasciare del fumo se qualcuno si avvicina troppo. Maggiore è il numero di individui presente e maggiore sarà il fumo rilasciato.

Queste wearable technologies (tecnologie indossabili) sono innovativi sistemi di interazione tra le persone e il mondo circostante, validi esempi di come la tecnologia può anche arrivare ad attivare una relazione fisica e psicologica con ciò che indossiamo, una nuova e lodevole forma di creatività ai tempi della manifattura 4.0.

Guardando al futuro con il design digitale

Come si possono creare prodotti e servizi che i clienti ancora non sanno di volere, così diversi da quelli che dominano il mercato ma che saranno veramente indispensabili? Aziende come Apple, Swatch e Nintendo hanno avuto e continuano ad avere un indiscutibile vantaggio competitivo anche perché, invece di adattarsi alle tecnologie già esistenti, sono in grado di soddisfare i bisogni latenti delle persone creando nuovi mercati di cui diventano leader. Ma come fanno?

Quando si parla di nuovi prodotti ci sono infatti due possibilità di innovazione: l’User centered (o innovazione incrementale) e il Design-driven (o innovazione radicale). Il primo modello offre al cliente esattamente ciò che chiede, producendo cambiamenti guidati dalle sue necessità contingenti, il secondo è invece un approccio che non asseconda il mercato, lo stravolge, creando innovazioni radicali e dando un nuovo significato alle cose.

Le esigenze degli utenti non si limitano infatti alla forma e alla funzione dei prodotti, ma soprattutto al loro significato, sulla base dell’esperienza personale e della possibilità di ottenere una valida “aggiunta” alle proprie vite. Una concretizzazione efficace di questo nuovo orientamento ce la mostra Apple, che ad esempio nel 2001 con l’iPod e l’applicazione iTunes ha cambiato il modello di business per la vendita di musica. Un’altra dimostrazione vincente di tecnologia basata sulla progettazione è quella di Nintendo Wii, la console che impiega una tecnologia radicalmente nuova per trasformare il significato del gioco dall’intrattenimento passivo a un mondo virtuale totalmente interattivo.

Anche in Italia abbiamo notevoli modelli di innovazione radicale dei significati: Artemide, Barilla e Alessi, solo per citarne alcuni. Ma come però spesso capita, manca un approccio sistematico, la capacità di strutturarsi organizzativamente in modo da favorire le interazioni con gli interpreti esterni. Uno degli aspetti più impegnativi per diventare design-driven è proprio avere una perfetta razionalizzazione delle persone, dei processi, della tecnologia e dei finanziamenti. Ciò richiede non solo la capacità di trasformare radicalmente la struttura e l’organizzazione, ma soprattutto un cambiamento di mentalità all’interno dell’azienda stessa. L’innovazione design-driven nasce infatti a seguito di un procedimento variamente strutturato che parte da una ricerca approfondita e da un’attenta osservazione dei cambiamenti socio-culturali. Un sistema basato sull’ascolto, sull’interpretazione e sull’elaborazione di una nuova visione e preparazione dell’ambiente culturale per favorire l’accoglimento di questi significati innovativi.

Il modello utente-centrico, più classico, orientato al problem solving e più rapido nella generazione di idee e prototipi, trova sicuramente molti seguaci, ma l’approccio design-driven, grazie ad un lavoro di ricerca preparatoria molto più approfondito ed articolato, può portare risultati più consistenti e duraturi. L’innovazione orientata al design, con la creazione di mercati innovativi valorizzati da tecnologie emergenti che rispondono a nuove esigenze, è infatti sempre più riconosciuta e sostenuta da un numero crescente di Paesi come fattore chiave per il successo commerciale internazionale e come fonte vitale di vantaggio competitivo.

“La logica ti porterà da A a B. L’immaginazione ti porterà ovunque.” Albert Einstein

I quattro superpoteri che cambieranno il mondo

L’argomento dei superpoteri ha da sempre un posto d’onore nell’immaginario collettivo, dagli dèi ed eroi degli antichi Greci fino ai più moderni supereroi. Questi valorosi personaggi ci hanno fatto passare l’infanzia (e non solo) a fantasticare, a sognare di poter avere almeno una delle loro abilità sovrannaturali.

Nei fumetti, quando il protagonista scopre di averne li usa immediatamente per lottare contro il crimine. Diventa un paladino della giustizia che si erge a difensore della comunità e che in questo modo plasma il corso della storia dell’intera umanità.

La capacità di volare, la forza, la velocità, l’invisibilità e l’immortalità. Sono solo alcuni dei poteri più famosi. Ma nell’era digitale, è necessario ampliare questa lista per includerne altri quattro che promettono di esercitare un’altrettanto valida influenza nei prossimi 20 anni: la tecnologia mobile, il cloud, l’intelligenza artificiale (AI) e l’Internet of Things (IoT). Man mano che queste innovazioni tecnologiche maturano, si fondono l’una con l’altra, rimodellando ogni aspetto della società, dall’assistenza sanitaria all’educazione, dal trasporto alla sfera finanziaria. Ecco alcuni esempi specifici di come questi quattro moderni superpoteri ci aiuteranno ad affrontare alcune delle più grandi sfide globali.

 

Smartphone: una portata senza precedenti

La tecnologia mobile offre attualmente un’ampia portata di segnale, connettendo le persone indipendentemente da dove si trovino nel mondo. Per milioni di persone che vivono in aree remote, l’accesso a un telefono cellulare ha migliorato di gran lunga la vita di tutti i giorni. Uno smartphone nello specifico consente di usufruire di microprestiti, previsioni meteorologiche accurate ed informazioni specializzate per aiutare ad esempio i piccoli agricoltori ad aumentare i propri raccolti in un modo sostenibile. Un recente studio del MIT condotto in Kenya ha rilevato che tra il 2008 e il 2014 l’accesso mobile ha sollevato dalla povertà circa 200.000 famiglie (il 2% della popolazione). Questi servizi hanno infatti già aiutato circa 185.000 famiglie keniane a diventare finanziariamente autosufficienti grazie ad occupazioni commerciali.

 

Cloud: aumento della capacità

Il mondo del cloud attualmente offre un catalogo di servizi a capacità infinita per le aziende che possono attingere a qualsiasi tipo di risorsa, secondo le proprie necessità, senza dover anticipare investimenti. Oggi 9 organizzazioni su 10 si affidano a servizi di cloud. Siamo ancora agli albori di quella che chiamiamo “economia digitale”, ma sicuramente continueremo a vedere importanti progressi nei servizi a distanza. Molte opportunità di lavoro e l’apprendimento online ad esempio vengono effettuate grazie a questa tecnologia, una grande opportunità in particolare per i miliardi di persone che non hanno accesso alle tradizionali forme di istruzione.

 

AI: intelligenza artificiale ovunque

L’intelligenza artificiale ci consente di estrarre enormi quantità di dati in tempo reale e di utilizzare queste informazioni per accelerare meccanismi di scoperta e creare nuovi modelli di business. Questa tecnologia innovativa attualmente sta fornendo potenti intuizioni sopratutto nel settore sanitario, dove gli algoritmi di deep-learning stanno già creando farmaci rivoluzionari, migliorando la diagnosi e progettando piani di trattamento molto più efficaci di qualsiasi approccio precedente. Ne è una prova il campo delle protesi, nel quale si stanno facendo importanti scoperte. I ricercatori della Newcastle University, ad esempio, hanno creato una mano bionica che consente ad un amputato di raggiungere automaticamente gli oggetti, senza il bisogno di pensare al movimento, nello stesso modo quindi in cui si muove una mano reale.

 

IoT: collegamento tra mondo digitale e mondo fisico

L’Internet of Things collega il mondo fisico con quello digitale, portando la tecnologia in ogni dimensione del progresso umano. Nella sua forma più basilare, consiste nel connettere una varietà di oggetti fisici in una rete in cui le macchine possono comunicare, inclusi milioni di sensori incorporati che trasmettono dati in tempo reale. L’IoT sta già aprendo possibilità entusiasmanti in diversi settori come le auto connesse, le reti energetiche e le produzioni intelligenti. In tutte le dimensioni della complessa sfida ambientale che affrontiamo, l’Internet delle Cose ci consente anche di tracciare e rilevare la salute del Pianeta con una maggiore accuratezza rispetto al passato.

 

È vero che la tecnologia non è una panacea per tutti i problemi che affliggono attualmente il mondo. E spesso neppure i superpoteri possono nulla contro i mali dell’umanità. Tuttavia l’innovazione tecnologica è lo strumento più potente che abbiamo a nostra disposizione per affrontare i grandi ostacoli al progresso umano e migliorare la qualità della vita. La tecnologia in sé non è né buona né cattiva, dipende tutto infatti dal modo in cui noi la applichiamo.

Il Biological Manufacturing System, la chiave per la prossima rivoluzione industriale

Si parla sempre più spesso di intelligenza artificiale e robotica che, indipendentemente da ciò che si pensi a riguardo, saranno i grandi protagonisti della prossima rivoluzione industriale.

Oltre alla produzione, scalabile e completamente automatizzata, i robot possono aiutare nelle attività di servizio, dalle richieste dei clienti fino alle attività creative, come ad esempio nella progettazione, dove sono più veloci, operosi e precisi degli esseri umani.

Poiché il nostro futuro, come quello della comunicazione, è legato agli androidi, dobbiamo pensare a come costruirne esemplari sempre più autonomi ed “etici”.

Al Georgia Institute of Technology, i ricercatori hanno costruito Quixote, un sistema di intelligenza artificiale che insegna ai robot a distinguere il bene dal male, attraverso la lettura di storie e atteggiamenti gratificanti, programmandoli in modo che possano difendersi da potenziali molestie, invece che imparare da esse.

Grazie alle tecnologie alla base di Industry 4.0, come ad esempio lo sviluppo di sistemi autonomi, l’elevato grado di interconnessione e i materiali innovativi, il  cositddetto Biological Manufacturing System (BMS) mira a gestire i cambiamenti dei sistemi produttivi sulla base di idee biologiche come l’auto-crescita, l’auto-organizzazione, l’adattamento e l’evoluzione.

Il modello, basandosi sulle caratteristiche e sui modi degli organismi viventi, sviluppa infatti un comportamento adattivo, che consente agli automi di affrontare ogni sfida usando principi di apprendimento ed adattabilità. Una riconfigurazione dinamica dei sistemi di produzione dove le macchine agiscono quindi in modo spontaneo, permettendo ottimizzazione, riduzione dei tempi e dell’impatto ambientale, miglioramento della qualità e abbattimento dei costi.

Dinanzi a queste scoperte, diviene necessario porre le basi per una solida e condivisa Roboetica, un’etica della robotica, in grado di rispondere alle crescenti domande e di risolvere eventuali problemi in merito ad una corretta convivenza con gli esseri umani.

 

Il piano Confindustria per prepararsi al futuro

500 partecipanti, 13 appuntamenti sul territorio, 10 moduli formativi multimediali disponibili online con cui le tecnostrutture associative potranno approfondire i principali temi connessi alla rivoluzione digitale.

Più 7 webinar a disposizione di manager e imprese. Sono solo i primi numeri del progetto Industry 4.0, il programma di formazione destinato a manager delle imprese e agli stessi imprenditori, arrivato al giro di boa della prima fase, quella dedicata alla struttura di Confindustria.

Salerno, Arezzo, Ancona, Vibo Valentia, Bari, Palermo, Reggio Emilia, Ivrea, Pordenone, Verona, Brescia, Genova e Roma: sono le città che hanno ospitato i seminari riservati alle tecnostrutture associative ed ai referenti di Federmanager. Incontri che hanno coinvolto funzionari e dirigenti di tutte le territoriali presenti nella regione coinvolta ed, in alcuni casi, anche in quelle confinanti. Un’iniziativa strutturata – come modello base – in una mattinata di workshop con esperti di digital manufacturing, ed un pomeriggio di confronto con i referenti di imprese che rappresentano esempi di best practice sui temi della digitalizzazione.

I riscontri arrivati attraverso il questionario di valutazione dei seminari sono molto positivi rispetto alla proposta formativa: esperienza promossa a pieni voti, con un indice di gradimento di 4,35 su 5. Tanto che adesso si bissa.

Con l’autunno il progetto entra nel vivo e le pmi diventano protagoniste di altre 15 tappe di workshop.
Il nuovo format è in via di definizione: ma si può già dire che è cucito su misura per le imprese, focalizzato sugli aspetti più concreti della rivoluzione digitale e sugli strumenti disponibili per supportare le aziende in questo percorso.

E non finisce qui: sono in corso di progettazione, infatti, 7 webinar per approfondire le tematiche più importanti affrontate nel corso dei seminari d’aula, trasmessi sia in streaming su questo portale sia fruibili in modalità offline.

Online saranno anche le pillole informative sviluppate in forma multimediale e basate sulle interviste realizzate agli esperti durante la prima fase di seminari. Saranno loro a guidare imprese e manager in un percorso agile e concreto attraverso i temi di Industry 4.0.
Insomma, adesso si fa ancora più sul serio: il futuro di #preparatialfuturo si avvicina. Siamo pronti?

L’inizio dell’autosufficienza delle macchine

Con la quarta rivoluzione industriale, si confonde sempre più la linea di separazione tra il mondo fisico e quello digitale. L’applicazione della Blockchain, ad esempio, migliora significativamente l’autenticità e l’integrità dei dati relativi ad oggetti fisici o servizi e rendere sicure e convenienti le transazioni. Ma ci sono ancora molti limiti in termini di scalabilità, requisiti di risorse informatiche e costi di transazione.

Sta quindi facendo parlare di sé un nuovo progetto: IOTA. Si tratta di una tecnologia giovane, con una base crittografica non ancora pienamente collaudata ma con un potenziale promettente, creato per essere utilizzato nell’Internet of Things, per fornire comunicazioni e forme di pagamento sicure tra le macchine. Contrariamente alle precedenti, basate su Blockchain complesse e gravose, IOTA è stata creata nel 2015, pensando alle transazioni automatiche tra macchine per trasferire criptovalute a zero commissioni.

Il progetto sfrutta il sistema Tangle, con un’architettura completamente nuova che si basa su algoritmi sicuri e un livello di protocollo che si concentra sulla convalida delle transazioni in una struttura di diagramma Aciclico Diretto (DAG).

Una delle principali differenze con la Blockchain è che in IOTA ogni partecipante della rete è attivo nel consenso e nella convalida delle transazioni. Quando un dispositivo effettua una transazione e la trasmette alla rete, per protocollo o “per impostazione predefinita”, deve convalidare due transazioni precedenti. Una vera rete peer-to-peer di macchine per le macchine.

Questo nuovo approccio presenta quindi molti vantaggi come il decentramento, la scalabilità, nessun costo di transazione e tempi di esecuzione ridotti.

In un futuro mondo IoT, dove le macchine fanno transazioni tra loro, i dispositivi intelligenti scambieranno piccoli e grandi pacchetti di dati lungo una supply chain dinamica. Si stima che nei prossimi anni ci saranno più di 50 miliardi di dispositivi connessi a Internet, con relativi servizi e micro-transazioni.

Con IOTA, i dispositivi verranno trasformati in “macchine economicamente indipendenti” con capacità di effettuare autonomamente transazioni. Prossimamente possiamo quindi aspettarci che una macchina sarà in grado di pagare il suo assemblaggio, la sua manutenzione, la sua energia e anche per la sua assicurazione di responsabilità fornendo dati, potenza di calcolo, storage o servizi fisici alle altre macchine.

Per la prima volta nella storia i dispositivi saranno perciò in grado di ricavare e spendere denaro da soli, trasformandosi in entità che tengono traccia delle entrate e delle spese connesse con le proprie attività.

Le macchine potranno così raggiungere l’auto-governo, uno scenario che anticipa l’inizio della loro autosufficienza.

 

L’Intelligenza Artificiale al servizio della musica

L’Intelligenza Artificiale è destinata a migliorare in modo significativo la nostra società e fra i tanti ambiti il mondo della musica è uno dei campi ideali per l’applicazione delle sue tecniche. Nell’industria musicale infatti stanno nascendo sempre più applicazioni innovative in grado di automatizzare il processo creativo, da sempre associato unicamente alla natura e alla ideazione umana.

Ne è la prova la canzone “Break Free” nella quale la famosa artista Taryn Southern ha collaborato con Amper per il suo album d’esordio I AM AI. La youtuber ci ha messo la voce, mentre gli accordi, le armonie e le sequenze sono stati sviluppati grazie all’Intelligenza Artificiale. Amper infatti non è una persona, ma un sistema messo a punto da un team di ingegneri e professionisti della musica. Ma non è il primo esperimento in questo campo: nel 2016, infatti, una start-up londinese ha messo a punto AIVA (Artificial Intelligence Virtual Artist) un algoritmo di deep learning in grado di comporre brani di musica classica.

Un altro eccellente esempio viene da Google che, all’interno del progetto open source Magenta, ha realizzato A.I. Duet un software in grado di suonare il pianoforte, in duetto appunto, con l’utente. Sempre negli Stati Uniti è stato invece presentato Shimon, un robot con quattro braccia e otto bastoni capace di comporre e improvvisare musica, creato da Gil Weinberg, direttore del Georgia Tech’s Center for music technology, nel laboratorio del Georgia Institute of Technology di Atlanta.

Le possibilità sono davvero infinite e, grazie a queste entusiasmanti ricerche, il settore è in continua e rapida espansione. La Sony Computer Science ha realizzato Flow Machines un software in grado di rielaborare gli stili musicali che gli vengono dati come input. Grazie alla memorizzazione di circa 13.000 spartiti ed alla loro analisi, il programma ha infatti imparato, ascoltando diversi generi musicali, a produrre autonomamente una nuova linea melodica.

La generazione del suono e il songwriting non sono però le uniche applicazioni dell’intelligenza artificiale all’interno della sfera musicale. Oltre alla crescente importanza dell’IA negli sforzi creativi, uno degli obiettivi principali rimane infatti quello di migliorare l’esperienza del consumatore. Dalle iniziali tecnologie di Gracenote, precursore negli standard di riconoscimento musicale, che identificava e visualizzava le informazioni riguardo artista, album e titoli dei brani, sono stati fatti molti passi avanti. Per anni infatti la musica è stata classificata secondo questi criteri, oggi invece ne abbiamo molti di più a disposizione, come ad esempio le attuali indagini sulla creazione di playlist basate sugli stati d’animo. Esemplare in questo campo è la proposta di Spotify, che ogni lunedì rilascia una playlist chiamata Discover Weekly, una raccolta di canzoni che l’utente non ha mai sentito prima ma che, grazie ad un algoritmo che consulta gli ascolti effettuati, analizza i dati e studia le sue possibili preferenze.

Dai chat bot alle interfacce intelligenti per creare flussi di dati attraverso pubblicità mirate e servizi di preferenza delle canzoni altamente personalizzati, sono moltissimi gli aspetti che mostrano tutto il potenziale della collaborazione tra l’intelligenza artificiale e l’industria musicale.

L’unica perplessità riguarda l’ambito di competenza artistico, l’eterno interrogativo su cosa sia o meno arte. Difficile fare previsioni in quest’area d’intersezione tra arte e tecnologia, il dibattito è attuale e sempre aperto. Si dovrebbe considerare arte solo ciò che è partorito dall’intelletto umano? È possibile che i robot siano in grado di seguire le orme degli artisti per poi sostituirli? Una cosa è certa: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale dovrebbe comunque essere sempre incentrato sul miglioramento delle capacità degli esseri umani e sulla loro liberazione da molte attività piuttosto che sulla loro sostituzione.

La Blockchain e la tecnologia che alimenta l’industria 4.0

Un semplice database consente la distribuzione, l’analisi e un monitoraggio calcolabile e ricercabile dei dati. Ma si basa solo sulla fiducia. Un problema che si può risolvere con la Blockchain, un registro aperto, distribuito e decentralizzato, che può memorizzare le transazioni in modo sicuro, verificabile e permanente, senza un’amministrazione centrale.

Il decentramento è diventato ultimamente un concetto di tendenza in tutti i settori, anche in quello finanziario. Le aziende possono utilizzare la Blockchain per rendere il proprio lavoro più efficiente e affidabile.

Le imprese multinazionali e le reti di imprese devono riconciliare le transazioni su base globale e le “catene di blocchi” possono consentire loro di farlo in modo quasi istantaneo. I governi invece possono utilizzare l’immutabilità della Blockchain per garantire che i titoli e i record di identità siano accurati e privi di limiti di tempo.

Le regole di autorizzazione ben progettate sulle applicazioni Blockchain possono inoltre dare ai cittadini e ai consumatori un maggiore controllo sui propri dati. La Blockchain è una tecnologia istituzionale, un nuovo modo di mantenere un registro, che può essere utilizzata dalle aziende, ma che può anche sostituire le istituzioni.

I registi di identità, i permessi, i privilegi e i diritti, con la Blockchain possono infatti essere mantenuti e applicati senza la necessità di un controllo governativo.

In questo quadro si inserisce la rivoluzione dell’Industry 4.0, che definisce percorsi evolutivi per far diventare un’impresa interamente digitale. Così, mentre stiamo sperimentando tecnologia intelligente, IoT, cloud computing, Augmented e Virtual Reality, abbiamo anche la possibilità di testare le opportunità della tecnologia Blockchain.

I migliori usi della Blockchain devono infatti essere ancora “scoperti”, per essere implementati sistematicamente in un sistema politico ed economico reale. Siamo infatti solo all’inizio di una nuova era e la tecnologia che alimenta l’Industry 4.0 continuerà a crescere velocemente, così come il potenziale della Blockchain.

 

La Federazione Carta Grafica partner dei Digital Innovation Hub per Industria 4.0

La Federazione Carta e Grafica (Assocarta, Assografici, Acimga), che in Italia rappresenta un comparto da 16.000 imprese e circa 24 miliardi di fatturato, ha da tempo avviato, in collaborazione con SDA Bocconi, un percorso di indagine volto alla creazione di vademecum pratici su come implementare l’Industry 4.0 sia a livello macro, all’interno di ciascun segmento produttivo della filiera, che a livello micro, nelle singole aziende.

L’iniziativa punta a sviluppare “istruzioni per l’uso” dei paradigmi 4.0 specifiche, sia per tipologia di segmento (produzione di carta, produzione di macchine per la stampa ed il converting e produzione di stampati cartotecnici, rigidi e flessibili) che per tipologia di azienda. Ciò aiuterà le aziende ad impostare strategie e tattiche verso un’organizzazione 4.0 non solo da un punto di vista tecnologico ma anche organizzativo, declinando concretamente quindi efficienza ed efficacia organizzativa, per non perdere competitività in ambito nazionale ed internazionale.

I frutti di questo progetto saranno messi a disposizione dei Digital Innovation Hub (DIH) in occasione dei workshop del programma “Industry 4.0 – Preparati al futuro”, nell’ambito dei quali saranno attivati specifici momenti dedicati al settore Carta e Grafica, attraverso i quali presentare e sottoporre alle imprese un vero e proprio check up, al termine del quale le imprese riceveranno un primo posizionamento individuale e suggerimenti per implementare la digitalizzazione I4.0, da integrare poi con un più approfondito percorso di assessment realizzato direttamente dai DIH.

Per partecipare all’iniziativa consulta il calendario dei workshop di “Industry 4.0 – Preparati al futuro” con le tappe in cui sarà possibile approfondire le specificità del settore Carta e Grafica.

 

Perché il grafene è il materiale del futuro

Nel 2004 Andre Geim e Konstantin Novoselov, mentre conducevano esperimenti su un cristallo di grafite, riuscirono a isolarne una foglia per caso grazie a del comunissimo nastro adesivo. Scoprirono così il grafene, un materiale straordinario, destinato a cambiare la nostra vita di tutti i giorni.

Il grafene è costituito da un singolo strato di atomi di carbonio e quindi considerato bidimensionale, nonostante ciò ha la resistenza di un diamante (cento volte più solido dell’acciaio) e la flessibilità della plastica. Un “super-materiale” quindi che, grazie alle sue caratteristiche, ha diverse possibilità di impiego, in particolare nel campo tecnologico, ad esempio dai sensori per le impronte digitali e per la rilevazione della frequenza cardiaca agli schermi flessibili.

È inoltre un conduttore di grande efficienza, a temperatura ambiente è più rapido di qualsiasi altro materiale conosciuto, in grado di caricare da 100 a 1000 volte più velocemente rispetto alle batterie tradizionali.

I ricercatori del Gwangju Institute of Science and Technology hanno sviluppato dei super-condensatori a base di grafene che si possono ricaricare completamente in soli 16 secondi ed essere riutilizzati circa 10.000 volte, senza avere una riduzione significativa delle capacità.

La società Directa Plus di Lomazzo (Como), leader nell’applicazione del grafene nel mondo tessile, crea invece tessuti con proprietà antistatiche, altamente conduttivi, schermanti le onde elettromagnetiche e in grado addirittura di cambiare la temperatura del corpo umano. A breve potremmo avere quindi maglie sportive che si riscaldano o rinfrescano a seconda della stagione.

Con le lenti a contatto in grafene, create da Zhaohui Zhong dell’Università americana del Michigan, sarà invece possibile vedere al buio. Attualmente utilizzate nelle fotocamere all’infrarosso per percepire oggetti e persone tramite la conduzione termica, potranno essere impiegati per individuare prodotti chimici dispersi nell’ambiente oppure per monitorare il flusso sanguigno all’interno del corpo umano.

Il grafene ha infatti tutto il potenziale per influire anche sull’industria farmaceutica, abilitando ad esempio la somministrazione mirata di componenti farmacologiche a livello cellulare oppure nella creazione di impianti bionici, come le retine artificiali. Le nanoparticelle di grafene non sono tossiche fino alla concentrazione di 50 µg/ml. Questo significa che, a basse dosi, sono sicure per le applicazioni biomediche.

Le sue proprietà uniche sono quindi preziose in molti settori. Anche se, in questo momento, la produzione richiede una grande quantità di energia ed è quindi molto costosa.

L’Unione Europea ha però recentemente finanziato con un miliardo di euro il progetto Graphene Flagship. L’obiettivo è quello di riunire ricercatori accademici e industriali per portare il materiale dai laboratori universitari alla società, generando così una crescita economica europea, nuovi posti di lavoro e nuove opportunità nell’arco dei prossimi dieci anni.

Nella speranza che il grafene riesca ad avere presto costi di produzione inferiori, il suo business continua comunque ad essere fervido, generando un mercato mondiale che, secondo IlSole24Ore, varrà circa 675 milioni di dollari nel 2020, con un tasso di crescita annuale del 58,7%.

 

Quale formazione per l’era digitale ?

Se ne parla oggi 15 settembre alle 14.00 nella sede della Luiss Business School di Villa Blanc con la presentazione del corso Management dell’IoT e dell’Industry 4.0 nell’era della Digital Transformation rivolto ad imprenditori, professionisti e manager del futuro. L’evento è anche un’occasione di confronto tra manager e imprenditori per meglio comprendere il tipo di formazione nell’ambito del management e dei processi organizzativi.

Tra i relatori anche il direttore delle politiche industriali di Confindustria Andrea Bianchi a confrontarsi con i docenti della LUISS Business School e con i testimoni aziendali con l’obiettivo di individuare i percorsi di specializzazione più utili a valorizzare le professionalità in ottica di 4.0.

La partecipazione è gratuita,
link all’evento + registrazione qui

Record di ordini interni per i «robot» made in Italy

Dal prossimo 10 luglio sul sito di Confindustria sarà attivo un nuovo portale con tutte le informazioni sui Digital innovation hub sparsi in tutta Italia (sono 21), con il preciso obiettivo di accompagnare e supportare le aziende verso il mondo delle tecnologie digitali applicate ai processi industriali.

Piano nazionale Industria 4.0, superammortamento al 140% e iperammortamento al 250% sono i grandi protagonisti dell’assemblea annuale dell’Ucimu (l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione) che si è svolta, ieri, a Milano. Il dibattito è animato dal presidente di Ucimu, Massimo Carboniero, dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda (collegato in videoconferenza da Roma) e dal vicepresidente di Confindustria nazionale con delega alla politica industriale, Giulio Pedrollo, in sala a Milano al fianco di Carboniero.

Carboniero apre i lavori presentando un bilancio 2016 assai lusinghiero per il settore delle macchine utensili…

Una flotta di sommergibili autonomi in cerca di minerali e tesori subacquei

Un team di DeepWater da tre anni sta sviluppando il DeepWater Syst ©, un esclusivo sistema d’informazione e misurazione su larga scala che impiega l’intelligenza artificiale per raccogliere e interpretare dati sulle formazioni naturali e sulle altre caratteristiche del fondo marino.

Dalle macchine subacquee dell’American Institute of Nordical Archeology nel 1977, passando per i robot subacquei, come ad esempio quelli che hanno scoperto il sito del naufragio del galeone spagnolo San José, oggi una flotta di sommergibili autonomi è in grado di esaminare autonomamente il fondale oceanico, rivelandone peculiarità, connotazioni e materiali presenti.

Con un sistema di riconoscimento degli oggetti sottomarini, sviluppato sulla base del framework TensorFlow, i sommergibili autonomi sono in grado di identificare le navi affondate, i depositi minerari ed eventuali anomalie subacquee con simulazioni effettuate su un Virtual Underwater Simulator (UWSims) di 10.000 km2. Basandosi su questa tecnologia di scansione subacquea, arricchita con l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, i sommergibili autonomi forniscono informazioni alla rete neurale DeepWater, che impara così a riconoscere autonomamente i modelli sottomarini.

Con le informazioni raccolte, verrà quindi realizzato un database centralizzato di relitti subacquei e risorse minerarie, che sarà disponibile sulla piattaforma d’asta online DeepWater Market © per qualsiasi utente interessato.

In programma c’è inoltre la scansione sistematica dei fondali marini lungo le rotte commerciali storiche tra il Nuovo e il Vecchio Mondo nel Mar dei Caraibi, negli Oceani Atlantico e Pacifico.

Con l’attuale tendenza, nei prossimi 20/30 anni il mondo esaurirà la maggior parte dei suoi giacimenti minerari. In questa prospettiva, l’estrazione in acque profonde diventa un’opportunità di investimento sempre più interessante. Oltre al petrolio e al gas, infatti il fondo oceanico contiene una grande quantità di risorse come il carbone, minerali, fosfati, zolfo e pietre preziose.

Deepwater Syst © è quindi un’innovazione dirompente sul mercato, che cambierà profondamente il business del recupero e delle attività minerarie in acque profonde.

 

Vivere in un mondo “immateriale”

La tecnologia sta rapidamente cambiando il mondo che viviamo. Il “mondo delle cose” è una realtà che nessuna società può più permettersi di ignorare. Ogni cosa tradizionale, che fino ad oggi era familiare, presto cesserà di esistere, a favore di una nuova realtà, non più basata sul prodotto finale ma sulla sua idea.

Nel 1998 Kodak aveva 170.000 dipendenti e vendeva l’85% di tutta la carta fotografica nel mondo. Qualcuno poteva immaginare che solo pochi anni dopo i consumatori l’avrebbero abbandonata per il digitale?

Un valido esempio ci viene fornito dall’industria della moda. Il designer industriale Joshua Harris ha deciso di intraprendere un nuovo progetto: una stampante 3D che consente di riprodurre vestiti virtuali, acquistati online. L’obiettivo è quello di affrontare la rapida urbanizzazione della popolazione che probabilmente porterà, nei decenni futuri, ad una carenza di spazio nelle unità abitative urbane. La stampante di abiti, che si prevede sarà disponibile entro il 2050, ridurrebbe infatti la necessità di armadi, lavatrici e asciugatrici e, a livello industriale, eliminerebbe lo spazio utilizzato per i magazzini. Questi dispositivi rappresentano quindi una grande rivoluzione ecologica: oltre ad essere in grado di riciclare indumenti per crearne di nuovi, utilizzando fibre provenienti da vecchi abiti, rimuovono anche la necessità dell’intermediario per la consegna e l’inquinamento che ne consegue.

La transizione completa di molti settori economici e sociali da offline a online sta diventando inevitabile. Alcuni progettisti ucraini stanno già utilizzando un servizio chiamato Kwambio, una piattaforma di produzione che consente a qualsiasi utente di acquisire e replicare le proprie creazioni, gioielli o oggetti di design, utilizzando la tecnologia di stampa 3D, offrendo opzioni di personalizzazione senza precedenti.

Una produzione su richiesta quindi, dove l’utente sceglie il disegno da stampare, riducendo al minimo l’impatto ambientale, diminuendo il costo e rimodellando il futuro degli oggetti di uso quotidiano.

Gli analisti prevedono che entro il 2020 saranno connessi a Internet 30 miliardi di elettrodomestici e nei 5 anni successivi saliranno fino a 50 miliardi. Siamo sulla cresta dell’Industria 4.0, dove la simbiosi tra elettronica e software renderà ogni dispositivo domestico sempre più “intelligente”, in grado non solo di eseguire una serie di funzioni specifiche, ma anche di analizzare la situazione circostante, accumulare dati e produrre soluzioni su misura.

Tutti gli ambiti sociali che potranno essere digitalizzati lo saranno: istruzione, sport, assistenza sanitaria. Le aziende farmaceutiche stanno già lavorando ad un apparecchio che, scansionando la retina dell’occhio e analizzando la composizione del sangue, sarà in grado di identificare qualsiasi malattia sulla base di 54 parametri biologici. I produttori promettono inoltre di rendere il dispositivo e le relative cure mediche automaticamente accessibili, per garantire una valida assistenza a tutto il pianeta.

Le nuove tecnologie informatiche sono inoltre già in grado di rendere la didattica più interessante, efficace e produttiva. L’apprendimento consisterà sempre più in un mix di programmi educativi per computer, libri elettronici e lezioni online. Un esempio di successo è Coursmos, una piattaforma per l’istruzione online specializzata in corsi di breve durata, video lezioni di non più di cinque minuti l’una.

Nel 2016 ha già vantato oltre 36.500 corsi e ha attirato circa 2.000.000 di utenti, fornendo corsi divisi per categorie tematiche, abbracciando ogni ambito di conoscenza, dall’arte alla scienza senza trascurare l’educazione aziendale e la cucina.

Gli analisti prevedono che, fra soli 5 anni, il mercato IoT varrà 14,5 miliardi. Una cifra destinata a crescere, aprendo la strada a nuove applicazioni e specializzazioni. La disponibilità di informazioni e le possibilità tecnologiche offrono enormi risorse a chiunque sia pronto a creare e a produrre qualcosa di nuovo o a migliorare ciò che già esiste. Non c’è momento migliore per iniziare a lavorare in questa direzione. Benvenuti nel mondo “immateriale” del futuro!